La ricerca nel campo del Design come fattore d’innovazione per le imprese italiane

Keywords:
Design Research | Design-Driven Innovation | Innovation | Design Thinking | User Experience Design.

In Italia, la disciplina del Design, considerata come oggetto di studio e di ricerca universitaria, è nata recentemente. Solamente a partire dal 1993 essa diventa una disciplina autonoma all’interno dell’Università, con l’istituzione del primo corso di laurea al Politecnico di Milano (1). Sebbene il riconoscimento istituzionale della disciplina sia avvenuto con ritardo rispetto ai Paesi europei e nord americani (2), in Italia il dibattito culturale attorno a questa disciplina inizia a svilupparsi già diversi anni prima. Infatti, a partire dal secondo Dopo Guerra, sull’onda del boom economico e dell’industrializzazione del Paese, il design inizia ad essere considerato al livello scientifico (Bertola & Maffei, 2009). Da sempre, due tesi antitetiche propongono due visioni differenti della disciplina: l’una inquadra il design come attitudine individuale assimilabile all’attività artistica, l’altra lo concepisce come un’attività scientifica. A partire dagli anni Sessanta, in Italia la ricerca nel campo del design prende avvio partendo dalle elaborazioni della comunità professionale. In questo senso, la ricerca si orienta soprattutto alla codifica della pratica, riflettendo sulle prassi al fine di trarre regole generali (Bertola & Maffei, 2009). In questi anni, il primo a parlare di design science è Buckminster Fuller (3), ritenendo che l’approccio scientifico alla disciplina potesse contribuire superare problemi umani e ambientali che l’economia e la politica non potevano risolvere. Nell’ambito della conferenza ‘The Design Methods’ del 1965, tale concetto fu utilizzato e adattato da Gregory (4) nel suo discorso. In questa occasione, venne alla luce chiaramente l’interesse di sviluppare una scienza del design e di formulare un metodo di ricerca coerente e razionale, in maniera analoga al metodo scientifico (Cross, 2001). Infatti, secondo Cross (2001): “So we might conclude that design science refers to an explicitly organised, rational and wholly systematic approach to design; not just the utilisation of scientific knowledge of artefacts, but design in some sense a scientific activity itself” (p.3). Il concetto resta comunque molto controverso, contestato da molti progettisti e teorici che non vedono il design come un’attività scientifica. Secondo Grant: “Most opinion among design methodologists and among designers holds that the act of designing itself is not and will not ever be a scientific activity; that is, that designing is itself a nonscientific or a-scientific activity” (citato in Cross, 2001, p.3). Notevole contributo sul tema della ricerca nel campo del design è quello di Herbert Simon nello scritto ‘The Science of Artificial’, del 1969. L’autore asserisce la necessità dell’istituzione di una scienza del design, specificando però come questo tipo di ricerca debba essere differente dalla ricerca nell’ambito delle scienze naturali. Riportando le sue parole: “We must start with some questions of logic. The natural sciences are concerned with how things are. (…) Design, on the other hand, is concerned with how things ought to be, with devising artifacts to attain goals.” (p. 114). In altre parole, la differenza sostanziale tra le scienze “artificiali”, rispetto a quelle naturali, è che le prime riguardano un processo progettuale di ‘creazione’, mentre le seconde l’osservazione e la descrizione di fenomeni, perciò necessitano di approcci differenti.

In anni più recenti, di notevole importanza per l’argomento, risulta essere la ricerca SDI | Sistema Design Italia, programma co-finanziato dal MIUR nel biennio 1998-2000 (5) . Il SDI nasce nel 2002 come spin-off della ricerca e dal 2002 al 2007 assume l’assetto di una rete di Agenzie per la ricerca, l’innovazione e la promozione del Design Italiano. Nel 2008 la rete si compone di nove Università italiane (Milano, Torino, Firenze, Roma, Chieti, Genova, Napoli, Aversa, Palermo, Venezia, Bolzano Camerino e Alghero-Sassari) (6) . La rete SDI, insieme alla Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Design (CPD) e al Coordinamento dei Dottorati in Design (CDD) ha tracciato nel 2008, con un seconda edizione aggiornata nel 2009, una mappatura della ricerca italiana nel campo del design: ‘Design Research Map’ (DRM). Lo studio, presentato nel 2008 nell’ambito di ‘Torino World Design Capital’ alla Conferenza ‘Changing the Change’, ha portato alla luce e sistematizzato gli attori, le principali tematiche affrontate, le metodologie ed i risultati della Design Research in Italia. L’indagine risulta di fondamentale importanza sia per le riflessioni culturali e teoriche che pone, che per i dati numerici e le stime che riporta in relazione a luoghi, aree disciplinari, progetti, tipologie di ricerca (pp.31-95) (7) . La mappatura (8) ha individuato 139 soggetti attivi nella ricerca in design: Università (16)ISIA Istituto Superiore per le Industrie Artistiche (4), Accademie delle Belle Arti (44) e centri di ricerca sul design sia pubblici che privati (75). Considerando le sedici Università incluse nella ricerca, sono state individuate 4 Facoltà di Design, 10 Dipartimenti di Design, 40 Corsi di laurea in Design e 1 Consorzio per la formazione e la ricerca in Design (9) . Un dato significativo, emerso dall’indagine del SDI, è che le sedi universitarie che praticano ricerca in design sono il 12,6% del totale delle Università che praticano ricerca in Italia. Le ricerca nel campo del design risulta, dunque, essere una realtà consolidata e attiva nel nostro Paese. Un altro dato molto rilevante nell’analisi, è quello relativo alla natura della ricerca in design che fa emergere come per il 48,5% si tratti di ricerca applicata. Questo dato tende a evidenziare come la ricerca nel campo del design sia notevolmente connessa al privato, al mondo dell’impresa e della produzione. Seassaro (2009) afferma come il design sia una delle principali leve strategiche per portare le innovazioni richieste dal sistema economico-produttivo e socio-culturale. Infatti, la ricerca nel campo del design può essere un efficace strumento per produrre innovazione in diversi ambiti del sistema produttivo nazionale e nelle economie contemporanee. Manzini (2009) individua tre differenti attitudini della Design Research: (1) una ricerca per il design, quando produce nuovi strumenti per progettare, (2) una ricerca sul design, quando genera riflessioni critiche, (3) una ricerca attraverso il design, quando produce proposte utilizzando gli strumenti del designer. Secondo l’autore, la ricerca in design sta evolvendo rapidamente, infatti, al fianco della ricerca accademica, emergono attività di ricerca pragmatiche. Tali attività di ricerca operative vengono portate avanti dalle grandi agenzie internazionali, quali ad esempio IDEO, Frog Design, Design Continuum, Philips Design. Egli si interroga sulle attuali posizioni del design italiano e della ricerca in design in Italia, tracciando una riflessione molto interessante. Se 15-20 anni fa, il design italiano era stato in grado di aprire nuovi filoni di ricerca, come ad esempio quello sui materiali, sul design delle interfacce, sul design strategico, sull’eco-design, la situazione odierna presenta un design schiacciato sotto il peso dell’esaltazione delle qualità italiane e della propaganda del Made in Italy. Al contrario ciò che viene auspicato dall’autore è che la ricerca, a partire da diversi campi di applicazione, possa promuovere l’identità e lo sviluppo socio-economico di luoghi e comunità, che siano esse imprese, enti pubblici o associazioni (Manzini, 2008). All’apertura della Conferenza ‘Changing the Change’ egli parla, appunto, di una New Design Knowledge, che tutti i designer-researchers italiani sono chiamati a costruire, soprattutto rispetto ai temi della sostenibilità ambientale e sociale (Manzini, 2009). In linea con questa affermazione, propone la seguente definizione di Design Research: “(…) an activity aiming at producing knowledge useful to those who design: design knowledge that designer and non-designer (individuals, communities, institutions, companies) can use in their processes of designing and codesigning.” (p. 12). Sull’onda di questa importante indicazione, si inseriscono alcuni nuovi approcci e metodologie di ricerca indirizzati ad imprese, istituzioni e comunità.

Tim Brown (2009) propone un nuovo approccio al design e alla ricerca molto interessante in questo senso, il Design Thinking (10). Tale approccio, evolvendo il tradizionale interesse del design verso il rapporto tra persone e oggetti, sposta la sua attenzione al rapporto tra gli individui. Partendo da queste considerazioni, il Design Thinking può essere descritto come un processo esplorativo iterativo e non lineare che parte dalla comprensione del problema e dell’opportunità progettuale (inspiration), per generare, sviluppare e testare idee (ideation), fino ad arrivare all’implementazione per il mercato (implementation). Le pratiche del Design Thinking inquadrano il progetto con un approccio sistemico secondo criteri di fattibilità tecnica (feasibility), di sostenibilità del modello economico (viability) e di utilità e validità per la persona (desirability). Infatti, sempre di più negli ultimi anni i designer hanno adottato un approccio sistemico alla progettazione, perciò, la loro attenzione non è più riferita unicamente ai prodotti, ma all’intero sistema in cui essi sono inseriti. Gli strumenti del design thinker comprendono pratiche operative che affondano le loro basi negli approcci dello Human-Centered Design (11) e del Co-Design, ad esempio, sperimentando attraverso prototipi, coinvolgendo gli utenti/consumatori nelle fasi di creazione e approcciando al progetto servendosi dell’apporto di altre discipline. In quest’ottica si inserisce lo Human-Centered Design (o User-Centered Design) come processo progettuale che mette al centro le necessità della persona, i suoi bisogni e la sue aspettative, mediante l’utilizzo di tecniche (12) che permettono di indagare e mappare il contesto reale in modo sistematico. Norman & Draper (1986) sono tra i primi a teorizzare tale metodologia, in un contesto legato alle tecnologie e alla disciplina dello Human-computer Interaction (HCI) (13): “Do user-centered system design: Start with the needs of the user.(…)The final design is a collaborative effort among many different disciplines, trading off the virtues and deficits of many different design approaches. But user-centered design emphasizes that the purpose of the system is to serve the user, not to use a specific technology, not to be an elegant piece of programming.” (p. 61). Il processo dello Human-Centered Design non si limita al design delle interfacce e alle tecnologie, ma viene esteso e applicato oggi alla progettazione di prodotti, servizi e processi. Un secondo approccio utile allo sviluppo dell’innovazione è quello del Co-Design che si riferisce, in senso ampio, a tutti quei processi creativi e progettuali nei quali designer e persone non preparate al design lavorano insieme nel processo di sviluppo del progetto (Sanders, 2008).

Un orientamento molto rilevante è quello dell’innovazione design-driven (Verganti, 2009). La Design-Driven Innovation è un processo di ricerca e di sviluppo dei ‘significati’ legati ai prodotti o ai servizi, principalmente orientato alla aziende. In questa visione, per creare prodotti e servizi dominanti in un settore di mercato, i loro ‘significati’ vanno radicalmente ridefiniti. In tal senso, la visione di Verganti (2009), si pone in antitesi rispetto a quella dello Human-Centered Design. Infatti, se secondo lo HCD il processo innovativo di design deve iniziare dall’analisi dei bisogni degli utenti (in questo senso, bisogni del mercato), nell’ottica Design-Driven l’innovazione non nasce da approcci orientati all’utente (cliente). Diversamente, l’innovazione radicale nasce dalla comprensione del ‘significato’ che gli utenti conferiscono ad un dato prodotto o servizio. Infatti, secondo Verganti (2009): “L’innovazione user-centered non mette in discussione i significati esistenti, anzi, grazie ai suoi validi metodi, li rafforza. (…) Ecco perché definisco questa strategia design-driver: perché come l’innovazione radicale delle tecnologie, è una strategia push.” (p.11). In riferimento a queste due visioni, quindi, possiamo concludere affermando che la ricerca nel campo del design può realizzarsi secondo due diverse strategie: l’innovazione radicale e l’innovazione incrementale. Alla luce del quadro presentato, dunque, la ricerca in design, al di là delle visioni e dei differenti approcci, risulta avere un ruolo strategico per portare innovazione economica e sociale all’interno delle aziende, delle istituzioni e delle comunità. La Design Research in Italia, considerando anche la situazione economica poco favorevole che il Paese sta affrontando e lo scenario economico mondiale, in cui la produzione industriale e manifatturiera si spostano sempre più rapidamente verso i paesi extra-europei (14), può assumere un ruolo di fondamentale importanza per generare prodotti, processi e servizi competitivi, sia nelle economie avanzate che in quelle in via di sviluppo. Nel 2013 la spesa italiana nel settore dell’ICT (Information & Communication Technology) ha rappresentato il 4,8% del PIL (15). Inoltre, va considerato il grande sviluppo delle tecnologie digitali , ad esempio nei campi del mobile, dell’Internet of Things, delle dinamiche social. Innovativi campi d’applicazione, quindi, coinvolgono la disciplina del Design, che trova nuovi spazi d’intervento all’interno di approcci multidisciplinari. In questo senso, in tema della User Experience (16) (UX), risulta fortemente centrale. La ricerca nel campo dello User Experience Design (UXD), assieme agli approcci progettuali individuati, può rappresentare un vero e proprio strumento d’innovazione per le imprese italiane.

 

Note:

(1) Per approfodimenti: http://www.design.polimi.it/la-scuola-del-design
(2) Ad esempio, nel Regno Unito, il ‘Royal College of Arts’ di Londra è stato fondato nel 1837 come scuola statale e in seguito equiparato ad università nel 1967. Sempre a Londra, il ‘Central Saint Martins’ è stato fondato nel 1854 e annesso all’università nel 1989. In Finlandia, la ‘Aalto University School of Arts, Design and Architecture’ di Helsinki è stata fondata nel 1871. In USA, il ‘College of Design, Architecture, Art and Planning’ della University of Cincinnati è stato fondato nel 1819, il ‘College for Creative Studies’ di Detroit è stato fondato ne 1906 e lo ‘Art Center College of Design’ di Pasadena, California è stato fondato nel 1930. In Italia, prima del 1993, possiamo rintracciate alcune scuole private e statali non equiparate ad università, come la ‘Domus Academy’ fondata nel 1983 e l’’IstitutoSuperiore per le Industrie Artistiche ‘ di Roma (ISIA), fondato nel 1965.
(3) Si veda: Buckminster Fuller R. & McHale, J. (1965). World Design Science Decade, 1965-1975. Carbondale, Illinois: World Resources Inventory.
(4) Si veda: Gregory, S.A. (1967). Design Science. In Gregory, S.A. (Ed.), The Design Method. London: Butterworths.
(5) Per approfodimenti: http://www.sistemadesignitalia.it/network.html
(6) Le Università coinvolte nel progetto sono state: Politecnico di Torino, Dipartimento di Progettazione Architettonica e Disegno Industriale DIPRADI; Università degli Studi di Genova, Dipartimento di Scienze per l’Architettura DSA; Politecnico di Milano, Dipartimento di Industrial Design delle Arti, della Comunicazione e della Moda INDACO; Libera Università di Bolzano, Università IUAV Venezia, Dipartimento delle Arti e del Disegno Industriale DADI; Università degli Studi di Firenze, Dipartimento di Tecnologie dell’Architettura e Design TAeD; Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, Dipartimento di Industrial Design Tecnologie dell’Architettura e Cultura dell’Ambiente ITACA; Università degli Studi di Camerino, Dipartimento di Progettazione e Costruzione dell’Ambiente PROCAM; Università degli Studi “G.D’annunzio” di Chieti e Pescara, Dipartimento Infrastrutture Design Engineering Architettura IDEA; Università degli Studi di Napoli “Federico II”, Dipartimento Configurazione e Attuazione dell’Architettura DITACA; Seconda Università degli Studi di Napoli, Dipartimento di Industrial Design Ambiente Storia IDEAS; Università Mediterranea di Reggio Calabria, Dipartimento Arte Scienza e Tecnica del Costruire DASTEC; Università degli Studi di Palermo, Dipartimento di Design; Università degli Studi di Sassari, Dipartimento di Architettura Design e Urbanistica DADU.
(7) Tutti i dati presentati in seguito sono aggiornati al Novembre 2009.
(8) Per approfodimenti si veda il sito del censimento realizzato dal Dipartimento INDACO del Politecnico di Milano: http://www.designdirectory.it
(9) Dati DRM aggiornati al Novembre 2009.
(10) Per approfondimenti: http://designthinking.ideo.com/
(11) La definizione di Human-Centered Design è contenuta nella ISO standard Human-centred design for interactive systems (ISO 9241- 210, 2010). International Organization for Standardization (ISO). Switzerland.
(12) Ci si riferisce a tecniche quali quelle dei Persona, Scenario e Use case.
(13) In Italia, meglio nota come ‘Interazione Uomo-macchina’.
(14) Per approfondimenti sul tema economico si veda l’analisi del Centro Studi Confindustria, Scenari Industriali, n.5, Giugno 2014 in http://www.confindustria.it/wps/portal/IT/CentroStudi/Centro-Studi/Documenti_new/Studi-e-ricerche/Scenari-industriali/DettaglioScenariInd, confrontandola con l’analisi presentata in Scenari Industrial, n.2, Giugno 2011.
(15) Dati di Confindustria Digitale annunciati nel corso del ‘Summit del settore Ict’, svolto a Roma il 30/01/2015 .
(16) La definizione di User Experience è contenuta all’interno della ISO FDIS 9241-210:2009. Ergonomics of human system interaction – Part 210: Human-centered design for interactive systems (formerly known as 13407). International Organization for Standardization (ISO). Switzerland. Tuttavia, Il primo a parlare di User Experience è stato nel 1995 Donald Norman, pubblicando: Norman, D., Miller, J. & Henderson, A. (1995). What You See, Some of What’s in the Future, And How We Go About Doing It: HI at Apple Computer. Proceedings of CHI 1995, Denver, Colorado, USA  

 

Riferimenti bibliografici:

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Manzini, E. (2009). New design knowledge. Design studies, 30(1), 4-12.

Norman, D. A. & Draper S.W. (1986). User Centered System Design; New Perspectives on Human-Computer Interaction. Mahwah, NJ: Lawrence Erlbaum Associates.

Seassaro, A. (2009). La ricerca di Design: nuove strade verso l’Europa. In P.Bertola & S. Maffei (Ed.), Design Research Map. Prospettive della ricerca universitaria in design in Italia (pp.10-11). Milano: Maggioli Editore.

Sanders, E. B. N., & Stappers, P. J. (2008). Co-creation and the new landscapes of design. Co-design, 4(1), 5-18.

Simon, H. A. (1969). The Sciences of the Artificial. Cambridge: MIT Press. Retrived on December 29th, 2014 in: http://courses.washington.edu/thesisd/documents/Kun_Herbert%20Simon_Sciences_of_the_Artificial.pdf 

Verganti, R. (2009). Design-Driven innovation. Cambiare le regole della competizione innovando radicalmente il significato dei prodotti e dei servizi. Milano: Rizzoli.

 

Sitografia 

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